A termine sette assunti su dieci
Written by Mercatolavoro // 31 gennaio 2012 // Contratti, Mercato del Lavoro // No comments
Sette assunzioni su dieci sono a tempo determinato. Contratti a termini, stagionali, di apprendistato o a “causa mista”, la scelta è varia ma comunque sia il dato che emerge dalla rilevazione Istat sui flussi di entrata ed uscita dal mercato del lavoro dice che nel quinquennio 2005-2010 il 71,5% dei contratti è stato a tempo determinato, con punte del 73,6% nel terziario e una percentuale del 65,7 in quelle industriali. Più nel dettaglio, quanto alle tipologie contrattuali, viene ricostruito che il contratto a termine è quello più utilizzato (57,8% nei servizi e 48,6 nell’industria), seguono i contratti stagionali, che costituiscono in media poco più del 9% degli ingressi, i contratti di apprendistato (4,9%) ed infine i contratti cosiddetti a “causa mista”. Un assetto questo che ha un impatto diretto sulle cause che determinano l’uscita dal mercato. Quasi un lavoratore su due infatti esce dalle grandi imprese perla scadenza dei termini contrattuali che risulta pari a 47,3% nella media di periodo. Un’altra quota molto ampia di uscite deriva da cessazioni spontanee. La percentuale si attesta su valori prossimi a un terzo fino al 2008, per poi scendere al 25,6% nel 2009 e risalire leggermente nel 2010 (27,1%). Riguardo alle cessazioni incentivate, la percentuale tocca valori medi pari a circa il 9% per il periodo compreso tra il 2005 e il 2008, per poi salire al 13,3% nel 2009 e scendere al 12,1% nel 2010. Quanto ai licenziamenti, rappresentano circa il 5% annuo nel quadriennio 2005-2008, per poi crescere al 6,7% nel 2009 e al 7,5% nel 2010. Un dato intorno al 3%, piuttosto stabile nel tempo, è invece costituito dalle uscite per raggiungimento dei limiti di età. Se si considerano i flussi dall’angolazione dei settori, si vedrà che alle cessazioni incentivate, nell’industria, ha fatto soprattutto ricorso il comparto dell’energia (il 60,3% delle uscite nel 2009, e il 48,2% nel 2010). Nelle costruzioni spiccano invece le cessazioni per licenziamento che nel 2010 sono state il 184%. Per quanto riguarda invece i servizi, viene evidenziato come il ricorso alle cessazioni incentivate sia stato consistente in particolare tra le attività finanziarie ed assicurative. L’altra conseguenza dell’irrigidimento dei meccanismi di ingresso, legata al fatto che sempre tra il 2005 e il 201o, l’occupazione nell’imprese di grandi dimensioni è diminuita del 2,9%, è il rallentamento del turnover. Il tasso di turnover annuo (ovvero la somma dei tassi annui di entrata e uscita) è passato da 270,0 movimenti per mille dipendenti nel 2005 a 236,2 nel 2010. Nei sei anni esaminati sia i tassi di entrata che quelli di uscita seguono l’andamento del ciclo economico, registrando prima un incremento e poi una contrazione. Analizzando gli occupati distinti secondo le due qualifiche rilevate dall’indagine: operai e apprendisti da un lato e impiegati, intermedi e dirigenti dall’altro, l’Istat sottolinea come la mobilità sia più elevata, in generale, per le qualifiche più basse. Nel periodo considerato, annualmente, infatti, sono interessati dal turnover circa 33o operai ogni mille e circa 227 impiegati ogni mille. E sebbene questa differenza si registri in entrambi i settori, nelle imprese dei servizi il turnover degli operai, che costituiscono quasi un quarto dei dipendenti delle grandi imprese del terziario, è particolarmente marcato, con circa 457 operai ogni mille. Si tratta di numeri più elevati nel primo biennio (511,8 nel 2005 e 490,8 nel 2006), per scendere poi, negli anni della crisi economica, a 400,8 nel 2009 e 424,8 nel 2010.
Fonti: Il Sole 24 Ore
